Shalom amici.
Come sapete, ogni Shabbat e festa, é bene cantare per rallegrare i cuori. Questo é ancor più vero nel Mese di Sivan, ed ancor più alla vigilia di Shavout, che sia lo Shabbat Kalà (il Sabato della Sposa) prima di Shavuot, oppure letteralmente qualche ora prima della festa stessa.
C’è un canto che attraversa secoli, sinagoghe e cuori. Un piyyut sussurrato con dolcezza nel tramonto del venerdì, o intonato con emozione nei momenti di preghiera personale.
Quel canto si chiama “Yedid Nefesh” – l’Amante dell’Anima e trovate il testo in ebraico, fonetico ed italiano, qui.
È molto più di una poesia. È un dialogo mistico, una preghiera d’amore tra l’anima e il suo Creatore. E come ogni preghiera autentica, nasce da un desiderio: tornare a casa, in Dio.
In questo articolo esploreremo la storia e l’autore di questo inno, il suo linguaggio spirituale, e parleremo di alcuni insegnamenti profondi che rabbini e maestri “ultra” ortodossi del secolo scorso ci hanno lasciato a riguardo.
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Origini del canto: chi ha scritto Yedid Nefesh?
L’autore tradizionalmente associato al piyyut è Rabbi Elazar Azikri (1533–1600), un mistico sefardita vissuto a Tzfat, Safed discepolo della scuola cabalistica del Ramak (Rabbi Moshe Cordovero, conosciuto per aver scritto il Tomer Devorah, la Palma di Debora).
Il canto appare nel suo libro “Sefer Charedim”, un’opera dedicata al servizio del cuore e alla devozione intima (preghiera, connessione a Dio).
Rabbi Azikri era profondamente influenzato dagli insegnamenti dell’Arizal e dai concetti dell’unione tra l’anima e Dio. “Yedid Nefesh” riflette questa tensione amorosa e dolcissima: l’anima che anela il ritorno alla fonte, il Divino che risponde con misericordia.
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Struttura e simbolismo
Il piyyut è composto da quattro strofe, ciascuna acrostica: le lettere iniziali formano il Tetragramma del Nome Divino (י-ה-ו-ה).
Un dettaglio apparentemente formale, ma che contiene un segreto mistico: ogni strofa è un passo verso l’intimità completa con Dio, nel Suo Nome più santo.
Il linguaggio è fortemente poetico e sensoriale:
• Dio è descritto come “guaritore dell’anima”,
• l’anima è “malata d’amore”,
• e l’intero testo è pervaso da una tensione tra distanza e unione, mancanza e abbraccio.
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Commenti e letture spirituali
Nel Talmud (Yoma 54a) si afferma : “Dio, Il Santo Benedetto, è innamorato d’Israele come uno sposo della sua sposa.”
Yedid Nefesh sembra dare voce a questa visione : è la voce della sposa, del popolo, dell’anima, che chiama lo Sposo divino.
Un amore reciproco, dove anche il silenzio e la lontananza diventano preghiera.
Rabbi Avraham Yitzchak HaCohen Kook (1865–1935)
Il primo Rabbino Capo della Palestina sotto il mandato britannico scrisse:
“Quando l’anima canta ‘Yedid Nefesh’, è come se si ricordasse del Giardino da cui è stata tratta. È una nostalgia per l’infinito.”
Per Rav Kook, questo piyyut è un viaggio di ritorno alla radice spirituale dell’essere umano. Non è solo preghiera, ma riconnessione esistenziale.
Rabbi Shlomo Wolbe (1914–2005)
Nel suo libro “Alei Shur”, Rav Wolbe raccomanda di cantare Yedid Nefesh lentamente, riflettendo su ogni parola:
“L’anima ha bisogno di tempo per avvicinarsi a Dio. Non gridare: ama piano.”
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Quando si canta?
“Yedid Nefesh” è recitato comunemente prima del Kabbalat Shabbat, nella preparazione spirituale alla santità del Sabato.
Molte comunità lo usano anche:
• all’inizio del Tikkun Leil Shavuot,
• in momenti di meditazione personale,
• nei raduni chassidici (hitva’aduyot),
• in alcune usanze sefardite, al termine della preghiera del mattino.
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Una dichiarazione d’amore da portare con sé
“Yedid Nefesh” è un canto di ritorno. Non al passato, ma a ciò che non muore mai: l’amore tra l’anima e il suo Creatore.
È un invito alla vulnerabilità, alla dolcezza, alla fiducia.
In un mondo che corre, questa poesia ci insegna a rallentare. A dire con la voce del cuore:
“Io ti amerò sempre.”
Se questo canto ha parlato anche alla tua anima, condividilo. Forse un’altra persona, proprio ora, ha bisogno di queste parole.
Con affetto e benedizione,
Rebecca
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