Giustizia, separazione, misericordia : l’eredità spirituale di Mattot-Massei secondo l’Ohr ha-Ḥayyim

Le ultime due parashòt del libro di Bemidbar, Mattot e Mas‘ei, non rappresentano soltanto una chiusura narrativa del lungo viaggio nel deserto, ma racchiudono, secondo l’Ohr ha-Ḥayyim ha-Qadosh (R. Ḥayyim ben ‘Atar), un condensato di istituzioni spirituali fondamentali, di dinamiche mistiche del giudizio e di trasmissione delle eredità sacre.

Nei versetti dedicati ai Levi‘im, alle città di rifugio, e alla vicenda delle figlie di Tselofḥad, il nostro autore individua tre pilastri della rettificazione sociale e dell’equilibrio escatologico.

I Levi‘im e la santificazione dello spazio profano

La Torà comanda a Israele di assegnare quarantotto città ai figli di Levi, comprese sei città di rifugio. L’Ohr ha-Ḥayyim spiega che i Levi‘im non ricevono porzione di terra come gli altri tribù, poiché la loro eredità è Dio stesso.

Ciò che gli altri ricevono come ‘aḥuzah (possesso), i Levi‘im lo ricevono solo in prestito, per soggiornarvi (la-shavet), non per possedere. Secondo il commentatore, questa distinzione non è solo legale, ma ontologica: i Levi‘im hanno il compito di purificare e spiritualizzare lo spazio fisico, rendendolo dimora del Nome anche al di fuori del Mishkan.

Vi ripropongo la corta biografia del Rav ‘Haim (Hayym) ben Attar

Il segreto delle sei città di rifugio

Il concetto di ‘ir miklat, città di rifugio per chi ha ucciso per errore, è oggetto di una lunga sezione. L’Ohr ha-Ḥayyim si sofferma sul ruolo di queste città come luoghi di espiazione temporanea, ma soprattutto come modello di giustizia temperata dalla compassione.

Il testo distingue tra l’omicida colpevole (bemezid) e colui che ha colpito per errore (bishgagah), ossia per negligenza o senza intenzione. In quest’ultimo caso, la città diventa un microcosmo della clemenza divina, ove l’individuo deve restare fino alla morte del Kohen Gadol, figura che rappresenta l’unità della collettività.

L’Ohr ha-Ḥayyim propone un’interpretazione mistica: ogni peccato, anche involontario, genera una macchia nel tessuto spirituale dell’universo. Le città di rifugio, abitate dai Levi‘im, agiscono come organi di purificazione cosmica, trattenendo l’impurità finché non sia redenta da una morte collettiva espiatoria (quella del sommo sacerdote).

Eredità e coerenza: le figlie di Tselofḥad e l’unità delle tribù

Nel capitolo finale, i capi della famiglia di Manasseh protestano: se le figlie di Tselofḥad, a cui è stata data eredità, sposano membri di un’altra tribù, le terre passeranno, rompendo l’equilibrio interno di Israele. La risposta divina è chiara.

L’Ohr ha-Ḥayyim sottolinea che, sebbene la Torà permetta alle donne di ricevere eredità, questa nuova possibilità non può rompere l’armonia profetica del disegno tribale. L’eredità non è solo una questione di possesso, ma un segno dell’identità spirituale. Il terreno non è solo adamah, ma ḥeleq Elohei Yisrael, e ogni tribù ne incarna una sfaccettatura. Se l’eredità migra da una tribù all’altra, si confonde il disegno divino stesso.

Il principio eterno: giustizia non negoziabile

Infine, il lungo paragrafo sulla pena dell’omicidio e sul divieto assoluto di riscatto (kofer) pone una regola irrevocabile.

L’Ohr ha-Ḥayyim insiste: non vi è redenzione monetaria per il sangue versato, poiché la terra stessa si contamina, e solo il sangue dell’assassino può espiare. Ciò insegna che il valore della vita umana non può essere negoziato né commutato.

Prima di salutarci…

L’eredità spirituale di Mattot-Mas‘ei secondo l’Ohr ha-Ḥayyim è limpida: giustizia e misericordia, proprietà e servizio, legge e compassione devono coesistere in armonia. Le città dei Levi‘im e quelle di rifugio, il rispetto delle eredità tribali e il rigore della pena capitale, convergono nel disegno divino della kedushah nella società. Alla vigilia dell’ingresso in Eretz Kena‘an, la Torà pone le fondamenta eterne della coesione nazionale e purezza morale.

Shabbat Shalom uMevorakh veRosh ‘Hodesh Mena’hem Av
Rebecca

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Amici, In occasione della Hiloulà (anniversario del decesso), oggi, del nostro maestro Rabbi Aharon di Belz, con emozione vilieto di farvi scoprire, in breve, il suo percorso di vita. Chi parla del Tzaddik nel giorno della sua Hiloulà, costui pregherà per lui! Accendete una candela e dite: «Likhvod haRabbi mi-Belz, zékhouto taguèn ‘alénou» quindi pregate…


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