Franco Cesana, il dovere di resistere

Per Yom Hazikaron laShoah ve-laG’vurah, il giorno del ricordo della Shoah e dell’Eroismo, un nome più di tutti ci torna in mente, un nome e una storia, quella di Franco Cesana. Il piccolo Franco è, infatti, una delle figure che meglio testimoniano, con il suo coraggio e la sua dedizione, il contributo che gli ebrei italiani offrirono alla Resistenza, ma che venne inghiottito dall’immane tragedia della Shoah. Nato a Mantova il 20 settembre del 1931, non aveva ancora compiuto 13 anni quando la sua esistenza, tutt’altro che semplice, fu spezzata nel corso di un rastrellamento tedesco a Gombola, sulle colline modenesi, nel settembre del ’44.

Certificato di Morte di Franco Cesana, CDEC

Fu il più giovane partigiano a cadere sotto il fuoco nemico, un triste primato che gli valse la Medaglia di bronzo al valore militare conferitagli per il suo eroismo, essendosi distinto per “ardimento e sprezzo del pericolo in missioni di staffetta e in numerose azioni di guerra”, come si legge nel testo che la accompagna. “Colpito a morte – ancora continua la motivazione – cadeva da eroe incitando i compagni a persistere nella lotta”.
La sua infanzia fu destinata a interrompersi bruscamente a causa della morte del padre, Felice, come ha raccontato più volte Ziva Modiano, sua cugina. Il piccolo Franco per un breve periodo venne ospitato al Pitigliani di Roma, che a quel tempo era un orfanotrofio rivolto alla gioventù ebraica in difficoltà. Sua madre, racconta Ziva, ce lo aveva mandato perché potesse proseguire gli studi. E lì Ziva lo andava a prendere per fargli trascorrere la domenica in famiglia, allietato dall’affetto e da un buon pasto. Franco, però, era un ragazzino piuttosto vivace così nell’estate del ’44 scappò per raggiungere il fratello Lelio, che ha da poco compiuto 100 anni, lo scorso 29 Febbraio, che aveva abbracciato la lotta partigiana. ” È troppo piccolo, troppo piccolo” si ripeteva sua madre,Ada Basevi, sgomenta all’ idea che potesse succedergli qualcosa, ma conscia della sua indomita volontà.

Incredibili le parole che il piccolo Franco le lasciò nell’ultima lettera che le scrisse: “Ti avverto che non ho detto quella cosa che tu sai e che mi hai fatto giurare”. Il riferimento oscuro è in realtà alla sua identità ebraica. Come Ziva racconta, infatti, la madre gli aveva caldamente raccomandato di celarla, per paura che nella divisione partigiana “potessero esserci dei delatori”.
Balilla”, questo il nome di battaglia con cui era conosciuto nella brigata Scarabelli della 2° divisione Modena Montagna, il corpo cui apparteneva.

Tomba di Franco Cesana

Ucciso con un colpo alla schiena, in una azione particolarmente pericolosa come staffetta, oggi, tra i luoghi destinati a tramandarne la memoria alle nuove generazioni, ci sono due scuole elementari che portano il suo nome, una a Roma e l’altra a Bologna.

Come ha ricordato il Rabbino Capo di Roma Rav Riccardo Di Segni, questo giorno è dedicato al ricordo delle vittime, ma anche ai numerosi atti di coraggio in cui gli Ebrei si distinsero, perché non c’è nulla di più storicamente errato che pensare agli Ebrei solo in quanto vittime passive e non come eroici combattenti, lì dove fu possibile combattere, come ci dimostra la storia di Franco. Oggi in Israele e nel mondo, dopo il suono della sirena che paralizza ogni azione, per dedicare ogni pensiero al ricordo e per recitare i nomi di quanti furono inghiottiti, sarà questo uno dei nomi che risuonerà forte nel Giardino della Memoria, come una preghiera ” per non dimenticare” le vittime e i loro eroismi, quelli di ciascuno, per il solo fatto di aver tentato, col loro respiro, di resistere.

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