La Memoria Ritrovata: Attilio Ascarelli, il medico ebreo che ridiede un nome alle vittime delle Fosse Ardeatine

Nella Giornata della Memoria non si può non ricordare la storia dell’ uomo che salvò dall’oblio i corpi delle 335 vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. È il 23 Marzo del1944 quando in via Rasella, poco distante da piazza Barberini a Roma, sta transitando con teutonica precisione il Polizeiregiment Bozen, composto da soldati altoatesini. I partigiani hanno preparato un ordigno esplosivo, celandolo all’interno di un carrettino per la spazzatura, che detona al passaggio dei soldati. Il resto degli ordigni viene lanciato dai tetti delle case vicine. Nell’azione di guerriglia, dal momento che Roma era stata occupata dai tedeschi, restano uccisi 32 soldati, che diventano 33 dopo alcune ore. Il generale Maeltzer, accorso sul luogo e sentitosi immediatamente col Feldmaresciallo Kesserling, ordina che per ogni tedesco ucciso debbano morire dieci italiani ( in principio avrebbero dovuto essere cinquanta). Il 24 Marzo vengono prelevati da Regina Coeli e dal Carcere di Via Tasso duecentosettanta persone. Il resto verranno presi tra gli Ebrei rimasti dopo il rastrellamento del 16 Ottobre dell’anno precedente. Vengono quindi portati nelle cave di pozzolana accanto alle Catacombe di San Callisto e a quelle di Domitilla, un luogo isolato in cui compiere indisturbati la loro rappresaglia, su cui è mantenuta la massima segretezza. Vengono fatti entrare cinque per volta in una piccola rientranza, una sorta di grotta all’interno della cava.

A occuparsi personalmente dell’esecuzione lo stesso Kappler, coadiuvato dal capitano Erich Priebke e dal capitano Karl Hass, che si alternano ai molti ufficiali. I corpi vengono ammassati in fondo alla grotta, ma inevitabilmente si ammucchiano e gli ultimi condannati sono letteralmente costretti ad arrampicarsi sui corpi dei loro compagni di sventura. Terminato l’orrido ufficio, i tedeschi minano gli accessi e anche i corridoi, volendo occultare le prove dei loro crimini. Le cariche, però, per la maggior parte non esplodono. Già il giorno dopo i giornali parlano della strage, pur ignorandone il luogo. Quei poveri corpi rimangono circa tre mesi in balia dell’umidità e dei topi saprofagi. Ai primi di giugno infatti gli Alleati entrano nella Capitale. Venuto a conoscenza che alle Ardeatine giacciono insepolti trecentotrentacinque corpi, il tenente colonnello Jhon R. Pollock ventila l’ipotesi di sigillare le cave e realizzare un monumento in ricordo. Ma le famiglie delle vittime si oppongono.

Vera, la figlia del generale Simoni, tra i caduti nell’eccidio, assieme a sua madre si fa portavoce delle famiglie, e chiede che le vittime possano essere riesumate e gli sia data degna sepoltura. Ha già contattato il professor Ascarelli, famoso anatomo patologo, che ha già fatto un sopralluogo. Pur convinto che l’idea sia pazzesca, afferma che tutto è possibile. Ascarelli è ebreo ed avendo frequentato le scuole con Pacelli, il futuro Pio XII, è riuscito a evitare il rastrellamento. Si sente investito di una grande responsabilità e accetta una sfida titanica: riuscire a ridare la dignità di un nome e di una storia a quel groviglio indistinto di corpi che giacciono nella cava.

È il 26 Luglio del ’44 quando Ascarelli e la sua equipe, dopo che il sito era stato messo in sicurezza e che parti delle gallerie, con l’ufficio igiene, erano state adibite a vero e proprio reparto medico legale, inizia la rimozione e lo studio delle salme. Prima viene livellato il suolo delle gallerie e asportato il materiale di risulta delle frane, poi si isolano ed estraggono i singoli corpi, dai due cumuli di inesprimile orrore. Persino Ascarelli è sconcertato, come dimostrano le sue parole, che oltre che nei documenti ufficiali, sono raccolte in un libro che contiene i suoi resoconti di uomo oltre che di scienziato. Nella galleria A i corpi risultano sovrapposti in tre strati, fino a 5 nella galleria B. Molti presentano le gambe flesse sotto l’addome, quasi tutti hanno le mani legate dietro la schiena.

Sono i vestiti, o i piccoli oggetti, sfuggiti alla bramosia dei soldati che prima di spedirli alle cave li avevano derubati, ad aiutare a riconoscere le salme. Per tanti giorni una mesta processione di familiari porta pezzi di stoffa, visto che all’epoca i vestiti erano cuciti dai sarti che restituivano gli avanzi per farne delle toppe, affinché possano essere comparati. I più fortunati hanno inciso i nomi o le iniziali nei risvolti delle giacche. Ma vengono anche fatte accurate interviste ai familiari per scoprire abitudini, età, elavoro delle vittime, in modo da riconoscere i marcatori di categoria ed escludere quanti più soggetti possibile per arrivare all’attribuzione di identità.

La perizia e l’ostinazione dell’equipe di Ascarelli porta al riconoscimento di 322 vittime di cui 247 cattolici, 73 ebrei e 2 di religione non accertata che oggi riposano sotto un gigantesco monolite che gli fa da coperta della Memoria, in 335 sacelli, i cui numeri corrispondono all’ordine di esumazione. Del 2011 e 2012 le ultime tre identificazioni certe da parte del RIS: Marco Moscati ( sacello 283), Salvatore La Rosa ( sacello 273) e Michele Partito ( sacello 155). Mancano 9 vittime al riconoscimento, che ancora giacciono sotto sacelli con la scritta Ignoto. Di queste 6 nomi sono conosciuti ma non attribuibili, mentre a tre di esse, a quasi 76 anni dall’eccidio, non è ancora stato possibile dare un nome.

Mimeâmekim kratikha HaShemdal più profondo ti ho chiamato… così recita la scritta in ebraico che commemora questi martiri e Ascarelli è riuscito a dare un nome a ciascuno di quegli uomini la cui storia rimane interrotta come monito, a noi che restiano, di quanto può la ferocia umana. È giusto che anche il suo di nome venga ricordato come colui che ritrovò la Memoria sepolta delle vittime delle Ardeatine.

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