Album Auschwitz: La Storia incredibile di Lili Jacob

La storia che apre la rubrica “I linguaggi della Memoria” ha inizio con un trasporto partito il 24 Maggio 1944 dal ghetto di Beregovo, in Ungheria. Fra i 3500 ebrei stipati nei carri bestiame, con direzione Auschwitz-Birkenau, c’è una famiglia proveniente dal piccolo centro di Bilke.Tra loro la giovane diciottenne Lili Jacob. La sua è la tipica famiglia ebraica, composta da padre, madre e sei figli.

Quella mattina del 26 Maggio, dopo due strazianti giorni di viaggio e che il treno ha spalancato le sue porte e vomitato fuori il suo disperato carico umano, sarà l’ultima in cui ai membri della famiglia Jacob, come a tantissimi altri, sarà concesso vedersi.

Appena scesi, infatti, inizia la selezione. Lili, in un primo momento riesce a restare con sua madre, che però subito viene riconosciuta inabile al lavoro e indirizzata nel Lagerstrasse A, verso i crematori.

Lili, disperata, cerca di raggiungerla, ma viene spintonata nella fila di coloro che sono destinati al lavoro. Urla e si divincola, ma una SS la risospinge nella sua fila, non prima di averle infilzato il braccio con la sua baionetta. Lili allora cerca il resto della sua famiglia, suo padre, i suoi fratellini…

Invano, tutti loro sono già stati inghiottiti dal buio del loro destino. Lili, col numero A-10862 tatuato sul braccio sinistro, sarà l’unica della sua famiglia a sopravvivere all’orrore.

Cambia per tre volte campo: nel Dicembre del ’44 è trasferita in Slesia, per lavorare in una fabbrica di abbigliamento, poi nella regione dei Sudeti, in una struttura satellite del campo di Gross-Rosen, in ultimo nella Turingia, nell’inferno Dora-Mittlebau. Qui si ammala di tifo, ma viene salvata da due medici cechi. Una storia di disperazione e sopravvivenza, come migliaia di altre, con cui ha condiviso il terribile destino della Shoah, ma resa unica da quanto le accade il 9 Aprile del ’45, il giorno in cui gli Americani liberano il campo di Dora-Mittlebau. Lili è a letto convalescente, ma non resiste alla tentazione di vedere cosa stia succedendo. Riesce a uscire dall’infermeria e a fare un breve tratto, ma poi le forze l’abbandonano. Si risveglia sola, in una baracca dei soldati abbandonata, dove l’hanno portata due compagni di prigionia. Ha freddo e cerca qualcosa per scaldarsi nell’armadio accanto al letto. Sotto un pigiama a righe scorge un album verde- marroncino e non resistendo alla curiosità inizia a sfogliarlo a caso.

Alla prima foto su cui le cadono gli occhi resta senza fiato. Quasi non riesce a crederci. Conosce benissimo l’uomo che vi è ritratto perché è il suo Rabbino di Bike, Naftali Zvi Weiss.

Sempre più tremante sfoglia le altre pagine, 56 in tutto, e vi riconosce pian piano tutti i membri della sua comunità, sua zia con i suoi cuginetti, i suoi fratelli e infine anche se stessa, schierata in fila, dopo essere stata tatuata, rapata a zero e costretta a prendere il primo vestito a tiro dopo le docce.

L’album, rinforzato ai margini da angoli in metallo, 33 cm di lunghezza X 25 di larghezza, mostra le procedure di arrivo al campo, quelle di smistamento, una accurata documentazione delle fasi di selezione, lo strazio silenzioso e composto delle donne e dei bambini in attesa del loro turno al crematorio.

Alla fine dell’album una decina di altri fogli che mostrano l’arrivo di Himmler e diversi cantieri edili per ingrandire il comprensorio Auschwitz-Birkenau. Da quel giorno Lili si affeziona moltissimo all’album e quando qualche mese dopo la liberazione torna a Bilke, alla ricerca della sua famiglia, non riesce a negare alcune foto a chi gliele chiede come ultimo ricordo di chi non è riuscito a tornare.

A scoprire le importantissime implicazioni storiche e l’unicità dell’album è nel 1955 lo storico Erich Kulka, sopravvissuto egli stesso ad Auschwitz, quando al Museo Ebraico di Praga trova due scatole con le riproduzioni su lastre vetro delle 203 fotografie dell’album. Egli rintraccia così la Jacob negli Stati Uniti, dove Lili nel frattempo si è trasferita col marito, e ne rende nota la storia.

Si torna poi prepotentemente a parlare dell’album durante il processo ad Eichmann, celebratosi a Gerusalemme nel 1961, dopo la sua rocambolesca cattura da parte del Mossad, in Argentina. È però nel 1963, durante il processo di Francoforte contro una ventina di criminali di guerra, che l’album acquista carattere probatorio e contribuisce a svelare l’identità dei due fotografi cui si devono le fotografie. Gli autori sono infatti Bernhard Walter, responsabile dell’ufficio identificazioni di Auschwitz e il suo assistente Ernst Hofmann, tra i pochissimi autorizzati a scattare foto nel campo.

Quando Lili viene chiamata a testimoniare porta stretto con sé al seno l’album e si oppone strenuamente al presidente allorché glielo chiede perché venga acquisito come prova.

L’album resta con Lili Jacob fino al 1980, quando il 26 Agosto lo consegna con mani tremanti, durante una cerimonia ufficiale a Gerusalemme, a Ytzhak Arad, direttore dello Yad Vashem. Finalmente Lili riesce a separarsene conscia che esso non appartiene più soltanto a lei, ma all’umanità tutta come monito perenne di ciò che è stato. Da allora numerose sono state le pubblicazioni che contengono, anche grazie a un accurato lavoro di ricostruzione storica, lì dove è stato possibile, i nomi dei protagonisti degli scatti, ultimo atto di una dignità finalmente restituita.

Album Auschwitz rappresenta oggi, dunque, una straordinaria risorsa a disposizione di studenti e alunni per affrontare quella cesura storica che la Shoah rappresenta e con cui la civiltà del terzo millennio non può esimersi dal confrontarsi.

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